

Il vino al tempo dei Romani
I vini in uso non erano tantissimi, la letteratura latina ci tramanda i nomi di alcuni tra i quali anche il Greco e il Falerno. Gli haustores (i sommeliers dell'epoca) classificavano il gusto dei vini con numerosi aggettivi, dimostrando così di avere un palato sensibilissimo: dolce, soave, nobile, prezioso, molle, delicato, tenue, leggero, fiacco, debole, forte, solido, consistente, robusto, valido, austero, severo, duro, aspro, acre, frizzante, ardente, indomito, generoso, pingue, grasso, sordido o anche persino vile.
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Il consumo di vino era diffuso tra i nobili.
Questa bevanda aveva un carattere sacro e era bevuta in coppe larghe e piatte spesso diluito con acqua calda o fredda. I raffinati consumavano misture di ogni tipo. L'aggiunta più comune era quella del miele, ovviamente come dolcificante, ottenendo quello che veniva chiamato vinum mulsum che pare fosse molto apprezzato. Il vino di qualità migliore veniva servito generalmente all'inizio di un convivio, mentre man mano che il pranzo procedeva la qualità scemava.
Il vino era il signore delle mense. Prima del banchetto era uso eleggere un arbiter bibendi, che aveva il compito delicatissimo di stabilire quanti parti di acqua dovessero mescolarsi ai vini, in modo che il convivio potesse arrivare alla sua conclusione senza troppi incidenti di percorso. Tale arbitro veniva sorteggiato con i dadi, sperando che Bacco scegliesse la persona più adatta, cioè quella con l'equilibrio necessario per diffondere la giusta euforia.

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Durante i banchetti non era buona educazione bere troppo vino, anche se non era infrequente che qualcuno cadesse in questa insidia del bere eccessivo e conseguentemente stesse male. Fuori dai pasti ogni scusa era buona per bere. Si beveva vino alla salute di un amico o di una persona importante e nel caso della donna amata si arrivava tanti a bere tante coppe quante erano le lettere che ne componevano il nome.

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